lunedì 11 febbraio 2013

Non rimproverate la lattuga


Rimproverare significa riprendere qualcuno per un atteggiamento, un'azione, un discorso o un modo di essere. Rimproverare significa esprimere il proprio disaccordo e il biasimo per una persona. Il biasimo è un giudizio molto negativo e spesso è carico di disprezzo.
Quante volte nel corso della nostra giornata rimproveriamo? Quante volte veniamo rimproverati? Può anche accadere che non siano gli altri, ma noi in prima persona a rimproverare noi stessi per qualche motivo.

Le parole possono costruire o abbattere. Non è più sensato costruire qualcosa, invece che abbatterla?

Rimproverare non serve

Se un cespo di lattuga non cresce bene, non rimproverate la lattuga. Cercate di capire cosa c'è che non va. Forse ha bisogno di concime, o di più acqua, o di meno sole. Nessuno se la prende con la lattuga. Ma se nascono problemi con gli amici o con la famiglia, ce la prendiamo con loro. Se invece proviamo a prendercene cura, cresceranno bene, come la lattuga. Rimproverare non dà mai buoni frutti, come del resto cercare di convincere l'altro mettendosi a ragionare e discutere. Lo dico per esperienza. Niente rimproveri, niente ragionamenti, niente discussioni, solo comprensione. Comprendere, e dimostrare di aver compreso, significa amare, e questo cambierà la situazione.

Un giorno, a Parigi, tenni una conferenza sul tema 'non rimproverare la lattuga'. Finito il discorso, mentre facevo la meditazione camminata per conto mio, svoltando l'angolo di un palazzo mi capitò di sentire una bambina di otto anni che diceva alla madre: “Mamma, ricordati di innaffiarmi, sono la tua lattuga”. Aveva colto perfettamente il nocciolo del discorso, e me ne rallegrai. Poi arrivò la risposta della madre: “Certo, bambina mia, ma anch'io sono la tua lattuga. Quindi ti prego, anche tu ricordati di innaffiarmi”. Madre e figlia unite nella pratica: una cosa bellissima.

Il brano è tratto da Thich Nhat Hahn, La pace è ogni passo. La via della presenza mentale nella vita quotidiana, Ubaldini Editore, Roma, 1993. 


Thích Nhất Hạnh (Nguyễn Xuân Bảo, 11 ottobre 1926)
è un monaco buddista, poeta e attivista vietnamita per la pace.

La pace è ogni passo parla in modo semplice di come gestire le proprie emozioni, in particolar modo la rabbia.  Secondo il maestro, con la pratica del respiro e della meditazione, è possibile raggiungere maggiore consapevolezza e serenità in ogni situazione della vita quotidiana, dalla guida dell'auto ai pasti, sino alle relazioni d'amicizia e d'amore.




venerdì 18 gennaio 2013

Pablo Neruda | Il libro delle domande

Pablo Neruda, poeta cileno, passò la vita a raccogliere oggetti che lo colpivano per la loro particolarità. Da piccolo collezionava legnetti, pigne, bacche essiccate o pietre levigate. Crescendo, mise insieme orologi dagli strani meccanismi, navi dentro a bottiglie, vetri colorati, un numero incredibile di  chiavi, alcune polene di imbarcazioni e persino un'enorme scarpa di legno, che un tempo era l'insegna di un calzolaio. Da questa miriade di oggetti emergeva la sua poetica. 

Ma la cosa più importante, che il poeta conservò, fu la statuina di una pecora che gli venne regalata, attraverso il buco nella recinzione del suo giardino di casa, da un bambino sconosciuto. Il piccolo Pablo ricambiò con una pigna, che aveva custodito sino ad allora come un tesoro. Non seppe mai chi fosse il misterioso donatore, ma gli rimase dentro il senso della gratuità del dono e in lui germogliò.
  
Neruda collezionò anche persone, incontri, parole offerte e condivise. Ripensando alla storia dello scambio della recinzione, scrisse: "Da allora ho lasciato le mie parole sulla porta di tante persone sconosciute, persone in prigione, o in fuga, persone sole...".

Il poeta si dedicò anche a un'altra speciale raccolta: quella delle domande. Sì, Neruda collezionò domande. Queste vennero pubblicate in un volume, che testimonia il suo sguardo incantato sul mondo e la sua capacità lirica di cogliere ispirazione nelle cose più semplici e comuni, che colpiscono la sensibilità di tutti e che per ognuno trovano significato.


Le poesie di Neruda furono amate dalla sua gente. Non solo intellettuali, ma anche contadini, fornai, negozianti cercarono dentro se stessi, per dare una risposta alle domande di Pablo Neruda. 

Volete provare anche voi? Eccone alcune.

Cosa regala il vento?
Cosa si porta via?
Dov'è il deposito oggetti smarriti?

Che colore ha un minuto?
Un mese?
Un anno?

Qual è la più affilata?
L'ascia che recide i sogni?
O la falce che apre il sentiero a un sogno nuovo?

Quali sagge parole sussurra l'aquila
a chi sta imparando a volare?

Che cosa cresce
nella terra nera
dello scontento?

Chi tesse l'elaborata tela
che intrappola lo spirito timido?

Dov'è il paradiso delle storie perdute?

Il fuoco nasce dalle parole?
O le parole nascono dal fuoco?

La metamorfosi cominicia dall'interno?
Oppure dall'esterno?           

Nel più grande dei mondi
quali avventure attendono
la più piccola delle navi? 

La poesia non sceglie nessuno, ma trova ognuno.
 

venerdì 21 dicembre 2012

Il pulcino pio, l'assiuolo chiù

La prevista fine del mondo per il calendario Maya ha, oggi, messo in secondo piano un altro fatto astronomico di rilevante importanza: il solstizio d'inverno. Il 21 dicembre 2012, infatti, con la sua notte più lunga dell'anno, risucchia nell'oscurità e spazza via ogni vago ricordo di spiagge e ombrellon della ormai lontana estate 2012.  

Per alcuni un'estate gioiosa, per altri un'estate difficile, ma per tutti un'estate connotata da un fatto culturale e di costume alquanto insolito. L'estate 2012 verrà ricordata per sempre, come marchiata a fuoco, così: "L'estate del Pulcino Pio". Per i pochi che l'estate scorsa fossero stati in vacanza su Marte, ricordo che "Il Pulcino pio" è stato il tormentone musicale che, nonostante l'arsura, ha spinto grandi e piccini a ballare e cantare in maniera forsennata.

Io, personalmente, sono grata che l'inverno ce ne liberi. Però, devo dire che questo piccolo pennuto disgraziato ha anche realizzato qualcosa di buono. Qualcosa di utile per me e per chi vorrebbe ancora, nonostante tutto, diffondere le Arti del Trivio. Ebbene sì, "Il pulcino pio" ha riportato alle luci della ribalta una vetusta figura retorica: l'onomatopea!

Onomato...ché? Diranno alcuni. Onomatopea. Avete presente?
In radio c'è anche un toro, in radio c'è anche un toro...
e il toro muu e la mucca moo
l'agnello bee e la capra meee
e il cane bau bau, il gatto miao,
e il piccione tru e il tacchino glu glu glu
e il gallo corococò e la gallina cò
e il pulcino pio, e il pulcino pio,
e il pulcino pio, e il pulcino pio...

Pio, muu, moo, bee, mee, e chi più ne ha più ne metta, tutte onomatopee degne di questo nome. Andando a cercare nei manuali di letteratura (o nei ricordi scolastici) scoprirete che l'onomatopea è una figura retorica di suono che consiste nell'utilizzare le parole in modo tale da suggerire o riprodurre, appunto, un suono, oppure un rumore o un verso di animale. Allora, cari giovani, che non avete voglia di studiare la letteratura italiana, detta così è ancora mortalmente noiosa? Forse per alcuni lo rimarrà, ma ci si può sempre consolare con il famoso detto popolare: "canta che ti passa". Quindi, cantate con me:

a scuola c'è un pulcino
il pulcino pio e l'assiuolo chiù
e le ranelle gre gre
e fra le fratte un fru fru
 
e tr trr terit terit trilla l'uccellino
il pulcino pio e l'assiuolo chiù
il pulcino pio e l'assiuolo chiù...

Et voilà, la letteratura è servita. Pio.


Nota bene:
Le onomatopee citate nella mia riscrittura de "Il Pulcino pio" sono tratte dai seguenti versi:

Le stelle lucevano rare/ tra mezzo alla nebbia di latte:/ sentivo il cullare del mare,/ sentivo un fru fru tra le fratte;/ sentivo nel cuore un sussulto,/ com’eco d’un grido che fu./ Sonava lontano il singulto:/ chiù...
(L'assiuolo, Giovanni Pascoli)

Il giorno fu pieno di lampi;/ ma ora verranno le stelle,/ le tacite stelle. Nei campi/c'è un breve gre gre di ranelle.
(La mia sera, Giovanni Pascoli)

Il tuo trillo sembra la brina / che sgrigiola, il vetro che incrina/ tr, tr, trr, terit, terit.
(L'uccellino del freddo, Giovanni Pascoli).
Egregio sig. Giovanni Pascoli, La ringrazio infinitamente per non essersi rivoltato nella tomba, ma Le assicuro che ho scritto questo post per il Suo massimo bene. Sua affezionatissima, Lara Cappellaro.